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Testimonianza della figlia

L’arte in genere (musica, disegno, pittura, cesello) affascinò mio padre fin da bambino. La liuteria poi fu la sua grande passione che, nonostante le difficoltà e a fronte di indicibili sacrifici, coltivò con tenacia, amore e dedizione.
Amore e passione che, in modi diversi, trasmise ai suoi figli Domenica (pittrice e scultrice) e Cesare (compositore), oltre che al nipote Alessio Bidoli (violinista). Come non ricordare i freddi e lunghi pomeriggi domenicali in cui il papà, intorno al tavolo di cucina, ci insegnava a disegnare, dipingere, ritagliare, modellare, mentre la mamma sferruzzava silenziosamente i nostri maglioni?… e alla sera che gioia quando si coricava con noi! Le sue storie ci affascinavano, erano diverse da quelle raccontate a scuola, dalla nonna o dalla mamma, avevano sempre un nesso con l’arte e la musica: Cimabue e Giotto a gara di bravura, Paganini e le sue diavolerie violinistiche, gli episodi scherzosi dei loggionisti alla Scala, le stravaganze dei pittori locali (Todeschini). Anche le storie tragiche vissute durante la guerra avevano sempre sullo sfondo il violino. Infatti mio padre, sapendolo suonare, si era accattivato la simpatia dei tedeschi (a cui era stato aggregato per punizione) che, nei momenti di tregua, amavano sentirlo mentre si esibiva.
Riuscito, in seguito, a fuggire, dovette vivere sbandato fra i boschi sopra il paese e anche lì si portò, come corredo di sopravvivenza carta, matita, pennello e acquarelli.
Ricordo molto bene anche quando ricevette la lettera con l’esito del concorso del 1956: la sorpresa, la gioia, l’agitazione, i preparativi per recarsi a Roma a ritirare il premio…e poi i giornali con le sue foto.
Da quel giorno capii che iniziava un periodo nuovo. La nostra modesta abitazione diventò la meta di molti giornalisti, violinisti che venivano a vedere il laboratorio, a provare o far riparare gli strumenti e talvolta ad acquistarli. Da quel laboratorio, giustamente vietato a noi bambini, se non sotto la guida del papà, oltre ai rumori degli scalpelli, delle raspe, delle lime, dei piallini, dei voltini, cominciarono ad echeggiare delle splendide note... ma il profumo delle resine che invadeva la casa quando il papà si dedicava alla verniciatura è indimenticabile! E come impressionava la mia fantasia la scritta a caratteri cubitali “veleno” su alcuni vasetti!
Dopo il trasferimento nella nuova casa, mi ero fatta grande e le porte del nuovo laboratorio si aprirono. Ogni volta che varcavo quella porta, però, era come entrare in un luogo sacro, non toccavo nulla senza l’autorizzazione del papà. Egli mi scelse come unica collaboratrice, dopo la mamma che era stata la prima, nei momenti più duri, subito dopo la guerra. Il mio aiuto era indispensabile quando era il momento di incollare. Ogni volta era come la prima: prova a freddo di tutti i passaggi, accensione della stufa a segatura per riscaldare bene l’ambiente, preparazione della colla a “bagnomaria”, poi finalmente all’opera.
Ogni pezzo, dal più grande fino alla piccola losanga, veniva scaldato e mentre papà stendeva la colla su una parte, io continuavo a tenere in caldo l’altra, per far sì che la colla non rapprendesse e il risultato fosse perfetto.
Importante era la mia presenza soprattutto durante l’incollaggio delle losanghe, delle fasce, delle controfasce, del fondo e della tavola armonica perché dovevo aiutarlo a tenere lo strumento, a chiudere i morsetti tutto intorno nel minor tempo possibile.
E che dire della ricerca dei legni stagionati, soprattutto l’abete? Egli sapeva che era quello che acusticamente dà i risultati migliori. “I fornitori ufficiali” diceva “ti vendono legno appena tagliato per stagionato, lo seccano artificialmente. Per essere sicuri della stagionatura e conseguente sonorità, bisogna trovare le travi di qualche vecchio tetto che viene smantellato. Ai tempi rispettavano le regole della natura: taglio nel periodo invernale, fasi lunari, spaccatura e non segatura dell’albero per far sì che i liquidi defluissero”. Era sempre all’erta, molti conoscenti lo informavano e così, lui ed io, facevamo il sopralluogo nel cantiere indicato per esaminare le vecchie travi. Alcuni viaggi andavano a vuoto, ma altri erano fruttuosi: scelte le travi giuste si inviava l’autotrasportatore a ritirarle ed il falegname del paese con le sue macchine ne ritagliava gli spicchi da cui il papà ricavava le “favolose” tavole armoniche.
Purtroppo non sappiamo per quali strumenti siano state usate perché egli non amava catalogare. Se sollecitato, rispondeva: “I veri intenditori non hanno bisogno dei pezzi di carta”. “Un violino è come una sposa, oltre ad essere bella deve avere anche un bel vestito che la valorizzi: la vernice”. Quante volte sentii ripetere questa frase! Infatti non dimentico la cura e l’attenzione nella preparazione della vernice: la ricerca delle varie resine e coloranti naturali, il dosaggio dei vari componenti, l’esposizione al solleone della vernice ottenuta, le prove sulle fasce… Il calore e la luce dell’estate erano indispensabili per l’amalgama delle resine, ma anche per la stesura della vernice, preparata negli anni precedenti, sugli strumenti.
Quest’ultima operazione veniva eseguita esclusivamente nel periodo estivo sugli strumenti scolpiti durante la stagione fredda. Inizialmente la ricerca in questo ambito fu molto faticosa perché è risaputo quanto ogni liutaio ne sia geloso.
Egli però non si perse mai d’animo e raggiunse anche questo obiettivo. Restano a testimonianza di ciò innumerevoli quaderni con appunti, ricette, osservazioni. Anche se molti di essi li riteneva ormai inutili e superati dalla pratica, ultimamente li stava riguardando.
Un malore improvviso lo colse una fresca mattina di marzo, proprio con in mano uno di questi quaderni e un evidenziatore!

Lasciò un vuoto immenso. Non sentire più il suo continuo lavorio, lasciare quegli attrezzi, molti da lui stesso costruiti, inoperosi, stringeva il cuore.
Dopo un po’ di tempo, però, mia sorella Domenica, che spesso stava a meditare nello studio di papà, iniziò un nuovo percorso artistico attingendo l’ispirazione dai reperti del lavoro paterno (tavole di abete, fondi di acero, ponticelli, mentoniere, corde, vernici…). Nasceranno così moltissime opere che costituiranno la mostra “Dal legno al suono” che, partendo dal Palazzo Vecchio di Firenze, giungerà nel 2006 a Roma presso il Museo Archeologico dell’Auditorium. Proprio in questa occasione Domenica incontrerà i responsabili dell’Accademia S. Cecilia e da lì nascerà l’idea di trasferire il laboratorio del papà nel nascente Museo degli strumenti musicali, firmato Renzo Piano.
Il 16 febbraio 2008 s’inaugura il “Musa”. Entrando nella galleria espositiva dove si possono ammirare numerosi strumenti pregiati, a partire da uno Stradivari del 1690, ho potuto finalmente rivedere la viola Dante Paolo Regazzoni, strumento che aveva vinto il Concorso S. Cecilia nel 1956 e aveva avuto il premio consistente nell’acquisto da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Per molti anni papà aveva cercato di sapere dove fosse stata collocata: desiderava rivederla, ma nessuno aveva saputo dargli delucidazioni in merito (lettera Lucci 22 dic. 1990). La gioia a lui negata in vita è stata concessa a noi. Ma l’emozione più grande è stata rivedere ricostruito, dietro una grande vetrata, il laboratorio di liuteria con in primo piano il suo tavolo da lavoro, i suoi scalpelli, le sue forme, i suoi modelli… e una vetrina a tema a lui dedicata con diplomi e altri attrezzi significativi del suo laboratorio di Cortenova. Inoltre, in più punti della sala, grandi schermi su cui scorrevano le sue foto con le sequenze relative alle fasi di lavorazione di un violino.
In questa ricostruzione museale i suoi attrezzi verranno utilizzati dai liutai che si occupano di conservare e restaurare gli strumenti della collezione S. Cecilia, in modo visibile al pubblico. Verranno, inoltre, svolte attività educative per fasce di età allo scopo di avvicinare i ragazzi ai segreti della liuteria.
Proprio il mantenere vivo il suo laboratorio sono sicura sia stata la scelta migliore conseguente alla sua “silenziosa operosità e ricerca”.

Giulia Regazzoni