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Cenni autobiografici

Dante Paolo Regazzoni
Cortenova Valsassina 20/09/1916 - Lecco 12/03/1999

“Sin da ragazzetto (sei - sette anni) avevo una passione per lo studio del violino, questa provocata da un signore che era in quel tempo in villeggiatura al mio paese e che veniva spesso in casa mia, con mio fratello Antonio (in quel tempo organista e ottimo pianista) e si divertivano suonando assieme alcuni pezzi di violino e piano di facile esecuzione. Da allora il pensiero era sempre puntato al violino tanto che, in occasione di una festa natalizia di quel tempo manifestai in casa il desiderio di comprare un violino. Questo fu causa di un pandemonio. La conclusione fu un forte scapaccione e... ”sarebbe meglio imparare a lavorare”.

Verso i 17 anni, mentre lavoravo a Mandello, non potendo comprarmi il violino, incominciai lo studio del flauto e potei inserirmi ben presto nell’orchestrina del mio paese. La passione per il violino rispuntò qualche anno dopo quando conobbi, sempre a Mandello, un ragazzetto prodigio, Gilberto Todeschini, che mi diede le prime lezioni. Ebbi a nolo un violino di fabbrica e, in segreto, mi misi a studiare e a risparmiare. Tanta era la voglia che studiavo pure la notte. In breve tempo dal primo metodo Ferrara passai al secondo e, cambiato posto di lavoro (Lecco) cambiai pure maestro: prof. Galeazzi Annibale, allievo del M° Virgilio Ranzato e diplomato al Conservatorio di Parma. Nuovi metodi, nuovi insegnamenti e in breve tanti miglioramenti. Il violino di fabbrica però, dopo aver messo le dita su quello di autore del mio maestro, non mi dava soddisfazione. Mi misi allora in testa di avere un buon violino d’autore.
Era il tempo dell’ultima guerra d’Africa e, tramite un mio collega ebbi la possibilità di conoscere il liutaio Ferdinando Garimberti di Milano. Lo incontrai nel suo laboratorio. Dopo la prova di alcuni violini, finalmente ne trovai uno che mi piaceva. Quando il Maestro mi dichiarò il suo prezzo “ d’amico” mi demoralizzai e potei capire che non avrei mai potuto avere un bel violino d’autore (avevo in tasca trecento lire, frutto di molti anni di risparmi, e me ne venivano chieste tremila).
In quel momento arrivarono dei clienti elvetici importanti ed il maestro si ritirò in un’altra sala e mi lasciò per quasi un’ora solo nel laboratorio. Bastò un’occhiata alle forme, ai tasselli, ai filetti, agli attrezzi e subito mi balenò l’idea di costruire io stesso il mio violino.
Giunto a casa mi procurai un minimo di attrezzatura, un volumetto ed. Hoepli di liuteria e costruzione e mi misi all’opera, esaminando continuamente il violino Pedrazzini gentilmente concessomi dal mio insegnante prof. Galeazzi.
Ben lontano da quello che erano i miei lavori: ferro battuto, cesello a sbalzo, disegno in genere, meccanico di tessitura, in un primo tempo dovetti continuamente dedicarmi a prove e riprove per gli incollaggi, l’affilatura dei ferri ecc… ma tanta era la passione e la curiosità dell’esperimento, che subito il primo risultato fu di ottima riuscita (meglio della mia “cassettina”).
Rimaneva però di trovare una buona vernice e anche di questo ero completamente profano! Ad ogni modo visto il risultato in bianco mi invogliai a costruire altri violini e così la” malattia” per la liuteria aveva preso possesso in me.
Nel frattempo ebbi l’occasione di conoscere la vedova del famoso liutaio piemontese Genovesi, che abitava a Lecco, la quale gentilmente mi diede una ricetta di vernice del marito. Inizialmente la usai ma con scarso risultato perché rimaneva vitrea.
Un giorno sentii un messaggio radio che diceva: “Liutai italiani per qualunque informazione rivolgetevi a Cremona alla Scuola di Liuteria”. Non tralasciai neppure quello, scrissi subito e, fissato l’appuntamento col M° dirigente sig. Péter Tàtar, mi presentai con un violino bianco di mia costruzione. Il Tàtar era ungherese, di poche parole, e, esaminato lo strumento mi disse che se facevo simili violini avrei saputo anche verniciare. Allora non esitai a far vedere le mie note di prove già fatte sul tipo di vernice Genovesi e che non ero affatto soddisfatto perché era una vernice troppo vitrea. Allora mi portò tutte le modifiche a modo suo. Tornai a casa col mio violino, intenzionato a verniciare con la ricetta avuta. A dire il vero qualche miglioramento era stato ottenuto, ma non ancora soddisfacente.

Eravamo così nel 1944-45, periodo nel quale dovevo rimanere nascosto per non essere catturato dalle truppe naziste essendo renitente alla leva al richiamo della Repubblica di Salò e poco prima fuggiasco dalla Sicilia dove ero aggregato ai tedeschi ecc… anche la storia militare sarebbe troppo lunga.
Continue erano le prove e le ricerche...
Fu così che, parlando con un ispettore delle Poste, dove mia moglie lavorava, scoprii che un certo dott. Ravaioli, collezionista di strumenti era sfollato a Erba (Como). Non esitai a rintracciarlo ed ebbi l’onore di essere ricevuto gentilmente e, visto un mio violino bianco che portavo meco, subito si meravigliò della mia grande precisione. Ebbi poi l’occasione di tornare ancora diverse volte in casa sua anche solo per esaminare alcuni violini di autore della sua collezione tra i quali quello che mi piaceva di più era del Maestro Ornati di Milano che non esitai a copiare il più possibile in tutto quanto. Il sig. Ravaioli però mi disse subito che per ottenere consigli bisognava essere iscritti all’ANLAI.
Scrissi subito una lettera e così, tramite le istruzioni e i disegni avuti per corrispondenza dal Prof. dott. Pasqualini, presidente di tale associazione, a cui mi iscrissi nel 1954, potei ottenere un buon miglioramento.

Nello stesso anno,1954, partecipai per la prima volta al II Concorso Nazionale di S. Cecilia, in Roma ed ebbi la soddisfazione di essere ammesso. Spinto dalla curiosità andai io stesso a Roma, anche per prendere visione degli altri strumenti e conoscere altri liutai. In quell’occasione ebbi la fortuna di incontrare nel foyer del Teatro Argentina, nell’attesa del Ministro per il taglio del nastro, i fratelli Giacomo e Leandro Bisiach di Milano. Entrati insieme in sala strumenti, mi fecero notare alcuni difetti del mio violino ma nello stesso tempo fui subito riconosciuto come abile “la stoffa c’è!” dissero “venga da noi a Milano, le daremo un bel modellino e molte istruzioni” e potei così diventare subito loro allievo.
Grazie ai loro insegnamenti e alla mia caparbietà feci degli enormi progressi, acquistai sicurezza in me stesso, continuai la ricerca della perfezione da ogni punto di vista e acquisii un mio stile. Devo anche dire che l’unico aiuto valido sulla liuteria mi è stato dato dai fratelli Bisiach con cui ho collaborato fino all’ultimo.
Lavorai in continuazione, cominciando ad emergere nei concorsi fatti in seguito di cui parlano le lettere,i diplomi, i libri. Mi auguro che questi tanti miei sacrifici siano considerati da chi col tempo potrà suonare dei miei violini”.